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Cortona On The Move 2019 - Impressioni

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E' una Cortona in grande forma quella che mi è apparsa agli occhi. In questi anni Cortona è cambiata parecchio, è cambiata la filosofia che sta alla base del festival, sono cambiate le tipologie delle mostre ospitate, è diventato, col passare del tempo, un festival con un'ottica decisamente più ampia.
Quest'anno ho concentrato la mia attenzione su 2 luoghi: la Fortezza del Grifalco e Palazzo Capannelli che rappresentano il cuore pulsante di questa edizione, sia per numero che per "peso" delle mostre ospitate.
Il paesaggio è il tema portante di questa edizione e il paesaggio declinato in parecchie eccezioni lo riusciamo a scansire attraverso le fotografie che oltre al paesaggio in se portano storie, guerre, flussi geopolitici, fede incrollabile, disagio ambientale.
Ed è proprio il disagio ambientale che Simon Norfolk mostra attraverso le fotografie dei ghiacciai coperti e parzialmente nascosti da teli atti a preservarli dal riscaldamento globale (Shroud). Teli come sudari, il corpo sofferente del ghiacciaio avvolto in forme che mi sono parse una serie di deposizioni di un immaginario Cristo. Panneggi cadenti, avvolti in corpi freddi, panneggi inondati dal ghiaccio che dovrebbe preservare ma che in realtà non può fare altro che sciogliersi. E' un lavoro che evoca una grande sofferenza, la sofferenza del nostro pianeta di fronte ad una conseguenza artificiale introdotta dalla condotta umana dalla quale Norfolk non si smarca, sottende ma non esplicita. Ma il lavoro di Norfolk non finisce qui, il paesaggio si stratifica, muta, prende le sembianza camaleontiche delle stagioni che attraversa (Time Taken) o ancora il fotografo traccia i confini temporali e spaziali di un paesaggio che muta attraverso il ritiro del Lewis Glacier in Kenia, confini di fuoco. In Norfolk ci sono gli elementi, c'è la mutazione, il tempo, lo spazio, la vita e la morte (When I Am laid in Earth). Devo dire che mi ha colpito profondamente anche per la profondità concettuale che è in grado di mettere in atto nel quarto lavoro esposto attraverso un audiovisivo dal titolo Trajectory dove, muovendoci per assonanze empatiche fra il genocidio in Ruanda del 1994 e un quieto cimitero francese nel 2018, siamo in grado di oltrepassare le barriere fisiche del tempo e del luogo e riuscire a far rifluire la sofferenza in un unico contenitore di pietà universale, riuscire a far combaciare la sofferenza che diviene sentimento di comunanza e di espiazione universale.
Si, Norfolk mi ha davvero colpito.

Altro lavoro azzeccatissimo è La strada blu di Marco Rigamonti che riesce a riassumere le peculiarità delle diverse regioni e dei diversi "popoli", attraverso le coste italiane. E' una mappatura della quiete e la presentazione della mostra parla espressamente di un rumore assente e di un paesaggio scevro delle masse turistiche. Ed infatti l'intimità che ci regala è certamente più vicina alla parte meditabonda della nostra coscienza, ma le immagini non trasmettono certo silenzio, sono immagini che parlano e parlano nella lingua dei dialetti, nelle strutture a ridosso della costa che sono i marcatori dello sfruttamento o del rispetto verso il mare. Laconica e talmente vera è l'immagine di Riccione: una pezza di erba sinterica in mezzo alla spiaggia che ospita una buca da golf. Ecco, raddensata in questa immagine c'è il romagnolo e il rapporto col mare, c'è la riviera che venderebbe (come ha fatto) l'anima del mare al turista, c'è l'intervento tutto rivolto al divertimento. Ecco quella buca da golf sulla spiaggia di Riccione rappresenta tutto questo. Un paesaggio litoraneo sconvolto dall'intervento dell'uomo, reso artificiale e acrilico come lo scintillio di una parentesi estiva.

Palazzo Capannelli ospita diverse mostre di rilievo come Forest di Yan Wang Preston che attraverso una serie di paesaggi metropolitani in diverse città della Cina svela la sovrapposizione schizofrenica dell'uomo che dopo averla devastata, si vuole sostituire alla spontaneità della natura attraverso un rimboschimento pianificato o sacche - microsacche di verde urbano letteralmente schiacciate da una città di 20 milioni di abitanti. E' l'estetica che strozza l'etica. Alberi trapiantati nel bel mezzo del cemento come monumenti ai caduti. E' un verde (spesso di plastica) relegato nel sottobosco della coda di paglia.
Ho trovato notevole Santa Barbara di Diana Markosian che attraverso il processo di staged photography ricostruisce il passato della sua famiglia e riconduce un sentimento di vera gratitudine per la nuova vita che sua madre è riuscita a costruire per il bene della propria famiglia. Il ricordo portato ad immagine è, a mio modo di vedere, una cosa fantastica, l'immateriale che diviene materiale visibile, come il sogno che diviene realtà. Il sacrificio è spesso tirato in ballo dalla autrice, un sacrificio alto, nobile, teso a dare un potenziale di vita migliore ai propri figli, si riconosce e si intravede l'amore incondizionato, l'immolazione di un sogno, il parziale scollamento fra realtà e sogno che nelle fotografie emerge talmente forte da commuovere. I tagli di luce e gli alti contrasti accentuano il contrasto della dimensione interiore, ci introducono negli spazi vuoti della intimità di un passato oramai esorcizzato da speranze ma anche da timori e salti nel vuoto.

Infine La Carovana di Ada Trillo ha il grande potere di attrarci e costringerci a riconsiderare la migrazione come un fenomeno generalizzato di massa. La massa è formata da persone ed ogni persona ha una storia che ci tocca. Se abbiamo gli anticorpi per sbarazzarci di un fenomeno collettivo che non ci riguarda, grazie al cielo non sappiamo e riusciamo a fare altrettanto quanto le storie sono singole, hanno un nome, una provenienza, una faccia. Quando scopriamo che queste singole storie hanno affetti, bambini da curare, speranze per una vita migliore dettata dall'istinto di sopravvivenza, hanno subito separazioni, fatiche sovra umane, affrontato pericoli indicibili non riusciamo più a tenere su off l' interruttore emotivo. Alla fine siamo consci che i ritratti che abbiamo osservato non sono altro che specchi.

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