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Cibo, Steve McCurry, Forlì - Impressioni

Cibo, Steve McCurry - Impressioni

Non mi abbandonerà mai la vaga impressione di essere stato preso per il naso da McCurry ogni volta veda una sua fotografia o una sua mostra.
E la causa di ciò è imputabile alla bulimia estetica immensa che McCurry rimanda. Non che sia un male assoluto intendiamoci, spesso è una vera forza, ma qualcosa mi dice e mi ricorda sempre che quando l’estetica si fonde con il contenuto il rischio che divenga il contenuto stesso è concreto e questo è dannoso, specie se l’ultimo McCurry viene ancora associato alla figura del fotogiornalista.
McCurry è un fotografo che ha percorso da diversi anni una strada autonoma, affine alla autorialità, rimanendo in una sorta di confine fra il mestiere del fotogiornalista e quello ingannevole dell’artista, ingenerando un cortocircuito classificatorio nel quale l’autore si trova a proprio agio sopratutto dal punto di vista commerciale e di visibilità.
Pertanto il mio approccio a McCurry è sempre timido e alquanto guardingo e con questo preservativo sugli occhi vado a scrivere quanto segue.

Come al solito gli allestimenti non tradiscono mai. McCurry da questo punto di vista mette in moto una macchina che ti trascina dentro dal primo passo. L’atmosfera è assolutamente immersiva, complice la luce ambiente ridotta che permette una fruizione perfetta delle fotografie illuminate da faretti dedicati. Le fotografie sembrano retroilluminate, non presentano riflessi di alcun genere, sono visibili da qualsiasi angolazione ed esplodono nel vero senso della parole di vigore, colore e freschezza.
La mostra risulta di semplice fruizione, ampiamente accessibile anche ai non avvezzi al linguaggio fotografico, non ci sono audioguide e sinceramente non servono, gli allestimenti arricchiscono la visione delle foto così come i video che hanno il compito di accompagnare lo spettatore al centro di un dinamismo scenico che incorpora suoni, rumori di fondo che facilitano l’entrata in contatto con il mondo e i pezzi di realtà fotografati. L’esperienza risulta gradevole, leggera ma non frivola, estetica come detto, a tratti appagante. Ma una tale facilità di fruizione non ha solo lati positivi. Se da un lato riusciamo ad arrivare in fondo senza il minimo turbamento dall’altro vi è una specie di superficialità che si insinua fra le immagini e che non viene totalmente riscattata dalle indicazioni e dalle didascalie che si possono leggere nelle varie sale.
Se da un lato abbiamo le didascalie estremamente asciutte che accompagnano le singole foto, composta da luogo ed anno, dall’altro abbiamo righe che ci introducono nelle varie sale cercando di sensibilizzare riguardo la tematica del cibo, il suo utilizzo, il suo spreco. Il risultato è un’operazione di sensibilizzazione a posteriori che non trova riscontro nelle immagini che raccontano un rapporto positivo dell’uomo verso il cibo e non un atto di denuncia. Ecco: questa cosa di legittimazione a posteriori mi risulta una pezza che non tiene assieme le foto e che anzi manifesta ed accentua il taglio trasversale d’archivio effettuato, dando alle foto un pretesto per stare assieme. Ricordiamo infatti che “Cibo” è una mostra composta da foto per lo più inedite ma non scattate appositamente per la mostra. Sono foto d’archivio più o meno recenti che hanno come comune denominatore uno stile ben preciso e ben riconducibile ma anche una finalità primitiva piegata al rimando di una necessità commerciale.
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